Le donne, la lalingua e il serpente, un trio d’Origine

« E’ una pratica. E ‘ una pratica che durerà quello che durerà, è una pratica di chiacchiera. Nessuna chiacchiera è esente da rischi. Già la parola “chiacchiera” implica qualche cosa. Quello che implica è sufficientemente detto dalla parola “chiacchiera”. Quello che vuol dire è che non sono solo le frasi, cioè quello si chiamano le proposizioni, che implicano delle conseguenze, anche le parole. “Chiacchiera” mette la parola al rango del salivare o dello sputacchiare. La riduce al tipo di schizzo che ne risulta. Ecco».

Jacques Lacan, Il momento di concludere

In un articolo imprescindibile sull’origine del linguaggioi François Rastier, linguista, ci ricorda che il soggetto è censurato da molto tempo: “E’ circa dal 1870 che tale rifiuto ha preso un risvolto istituzionale. La Società di Linguistica di Parigi, fondata nel 1866, deve in parte la propria fama all’articolo II dei suoi primi statuti: art. 2 – La Società non ammette alcuna comunicazione né riguardo all’origine del linguaggio né alla creazione di una lingua universale”ii.

Da allora il dibattito é ricominciato, in particolare con il mentalismo di Chomsky opposto alle tesi comportamentaliste di Skinner. Nella sua opera del 1957 “Strutture sintattiche”, Chomsky presuppone che il linguaggio sia innanzitutto una sintassi d’origine biologica e innata. La grammatica si impone , secondo l’autore, sullo studio della struttura, della forma, indipendentemente dal senso. L’illustra con un esempio famoso : Colorless green ideas sleep furiously, discusso da Lacan nel suo Seminario.

Lacan postula che l’idea di significante si supporta essenzialmente, ne lalingua della sintassi. Aggiunge inoltre: “Resta comunque che, tra tutte, la lalingua è caratterizzata dagli equivoci che vi sono possibili, come ho illustrati con l’equivoco tra deux e d’eux. Se si può supporre qualche cosa nella storia è proprio che si astato l’insieme delle donne a generare quella che chiamo lalingua di fronte a una lingua in decomposizione, in questo vaso il latino, giacché di trattata di questo all’origine delle nostre lingue. Possiamo interrogarci su ciò che ha potuto guidare uno dei due sessi verso quella che chiamerò la protesi dell’equivoco, e che fa sì che un insieme di donne abbia generato in ogni caso lalinguaiii.

Non possiamo supporre che l’equivoco serva da protesi alla sintassi in via di estinzione quando è vista come nocciolo e architettura della produzione di senso? Antonie Meilet nota in “Progetto di una storia della lingua latinaiv”, che alla fine dell’Impero romano “lo strato formato da gente istruita che pratica la lingua latina era sottile”. E’ attraverso la cultura delle elite (soprattutto maschi) che tuttavia si mantenevano le forme grammaticali complesse ereditate dall’indo-europeo. Servivano a mantenere un senso stabile alla lingua essenziale all’amministrazione dell’Impero, e dunque probabilmente a proscrivere l’equivoco per mezzo degli effetti della grammatica. Al contrario, le classi poco istruite opponevano la vita e la potenza della parola, quella della strada, origine di equivoci capaci di contrastare il potere dai giochi del linguaggio. A. Meillet aggiunge che di conseguenza, nel corso del tempo : “la frase del romano comune non aveva l’articolazione delicata e ferma della frase del latino antico; il latino volgare era diventato qualcosa che gli uomini più diversi e meno istruiti potevano maneggiare, un utensile comodo, adatto per tutte le mani”v.

Nascono così le lingue romanze che si arricchiscono di altre lingue . Osservatori moderni e sociologi hanno potuto confermare che la lingua comune parlata ha uno statuto particolare al femminile, spesso qualificata come chiacchiera. Gli uomini sono qui costitutivi della norma di discorso, una di queste specialiste dell’uso sociale della parola aggiunge: “In conflitto con questa norma il parlare femminile si inscrive in difetto, in negativo con un segno meno. E traspare da queste presentazioni del parlare femminile una rappresentazione che i comuni mortali, senza tergiversare, chiamano la chiacchieravi.

A causa di un pregiudizio, qui confermato dall’osservazione, le donne sono spesso la fonte viva della chiacchiera, altrove messa in relazione con la ciancia e la lallazione. Questo fatto è, a volte, accostato al loro potere di essere coloro che trasmettono la lingua materna. Questo chiacchericcio femminile, che serve spesso a discriminare le donne, è talvolta assunto da loro stesse, si veda ad esempio, le “parlatrici” di Marguerite Duras . Tutto ciò può condurre alcune donne all’idea più radicale di creare dei gruppi di discussione senza uomini per ritrovare un dire più femminile ! Questi fatti di chiacchiera contrastano con la preoccupazione femminista che si limita a influire sulla lingua manipolando solamente le desinenze di genere in modo diverso, nella lingua inclusiva.

Qual é allora il legame tra il senso, fallico, e il poco-di-senso della chiacchiera delle donne che, a volte, flirta, senza toccarlo, con il non-senso del Reale, o con il piede che le donne mantengono in quel Reale che sfugge agli uomini? In che cosa risuona allora il godimento fuori senso che sarebbe proprio alle donne? Ma non senza il senso! Passando per i sembianti, la chiacchiera al femminile reinventa la lingua e ritrova la propria origine nel Reale del non-rapporto facendolo ex-sistere tra le righe. Questo non-rapporto può in effetti essere percepito come l’effetto di linguaggio (della chiacchiera), o essere la causa segreta del linguaggio! Questo lo situa al di là del fallo. Nel corso della “Conferenza a Ginevra sul sintomo”, Lacan dichiara : “Personalmente sarei portato a credere che, contrariamente a ciò che scandalizza molta gente, siano piuttosto le donne ad avere inventato il linguaggio. Del resto la Genesi lo lascia intendere. Con il serpente esse parlano – e cioè con il fallo. Parlano con il fallo, tanto più che per loro è etero. […] Contrariamente a quanto si creda il fallocentrismo è la migliore garanzia della donna. […] La vergine Maria con il piede sulla testa del serpente, indica che se ne sostiene.”vii

Adamo parla in effetti la lingua di Eva, Lacan non si sbaglia, non l’ha inventata lui e neppure il serpente. Questo serpente parla, cammina, ed è “la più astuta di tutte le bestie selvatiche” (Genesi 3,1). E’ il serpente che dice ad Eva: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?” (Genesi 3,1) Così sembra un uomo fallico! In altre parole, il fallo può essere preso dal lato della donna come colui che ama le donne (etero!) ma anche come ciò che serve da supporto al loro dire, come una sorta di sgabello alla loro parola! Il fallo deve assolutamente esserci come significante per eccellenza perché una donna possa ex-sistervi, mettendoci il piede sopra, fosse anche per mezzo della propria prole. Perche possa proseguire, in seguito, la sua azione in una chiacchiera che conservi del fallo la sola “faunetica” – la sua funzione che è di fare senso e di-senso non é utile, si conserva solo il suono – e farne degli equivoci che fanno la lalingua

In un articolo notevole de l’Hebdo-blog n°188 che mi ha orientato, Françoise Tartavel citando Antoni Vicensviii sottolinea : « Antoni Vicens ipotizzava che una lingua che si decompone ha l’effetto di femminilizzare i rapporti umani e di produrre una comunità di godimento, necessariamente fuori legge, perché questo “fuori-legge” è la condizione della creazione. Sostiene che Lacan “considera le donne, più esattamente il godimento femminile, all’origine dell’unità delle lingue”ix.

Rimane ancora da sapere cosa si decompone prima: l’Impero o la lingua? E cosa può rinascere da questa decomposizione….

i Rastier F., « De l’origine du langage à l’émergence du milieu sémiotique », Marge linguistique, n°11, mai 2006, en ligne : http://www.revue-texto.net/1996-2007/Inedits/Rastier/Rastier_Origine.pdf

ii Ibid.

iii Lacan Jacques, Seminario XXIII, Il Sinthomo, Astrolabio 2006, p.113

iv Meillet A., l’Esquisse d’une histoire de la langue latine, Klincksieck, 2004.

v Meillet A., op. cit .,p. 273.

vi Aebischer V., Les femmes et le langage, Paris, PUF, 1985, p. 54

vii Lacan Jacques, « Conferenza a Ginevra sul sintomo », La Psicoanalisi n.2, p. 34

viii Vicens A., « Lacan, un mode de jouissance », in Brousse M.-H. (s/dir.), La psychanalyse à l’épreuve de la guerre, Paris, Berg, 2015, p. 176-177.

ix https://www.hebdo-blog.fr/lacan-femmes-lalangue/